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Coronavirus e Smart Working: a che punto è l’Italia?

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Coronavirus e Smart Working: a che punto è l’Italia?

Il proliferare del Covid-19 sta mettendo a dura prova i lavoratori di tutta Italia. La maggior parte delle aziende italiane sono corse ai ripari, attivando lo Smart Working per permettere ai propri dipendenti di continuare a lavorare da remoto anche da casa. Questo nuovo approccio lavorativo è uno degli aspetti più innovativi del fenomeno della Digital Transformation che negli ultimi anni sta cambiando la fisionomie del lavoro. 

Moltissime le grandi realtà multinazionali che da qualche anno adottano queste modalità di lavoro “agile”, un’esempio su tutte la Microsoft. Risalgono agli scorsi mesi i dati sui risultati dello Smart Working ottenuti dal grande colosso della tecnologia: nell’estate 2019, per cinque venerdì consecutivi, i dipendenti hanno avuto la giornata libera. Le vendite per impiegato sono aumentate del 40% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. La società ha inoltre risparmiato sui consumi, con un calo del 59% delle pagine stampate e del 23% in energia elettrica consumata.

Numeri importanti che fanno ben sperare anche per il nostro Paese che già nel maggio 2017 ha siglato una normativa intitolata “Misure per la tutela del lavoro autonomo non imprenditoriale e misure volte a favorire l’articolazione flessibile nei tempi e nei luoghi del lavoro subordinato” (facente parte della legge n.81, 22 maggio 2017): su accordo scritto con l’azienda, il lavoratore può svolgere la sua prestazione senza vincoli di orario o di luogo, usando strumenti tecnologici, in parte all’interno dei locali aziendali, in parte all’esterno, senza una postazione fissa, con i soli limiti di durata massima dell’orario di lavoro giornaliero e settimanale stabiliti dalla legge e dal contratto collettivo.

Lo stato d’allerta in cui si trova attualmente l’Italia mostra come sia necessario per tutte le aziende allinearsi alle ultime direttive del Governo per limitare spostamenti non necessari e conseguentemente la diffusione del contagio da Coronavirus. Lo smart working, però, non va inteso solo come pronta risposta alle emergenze, ma va visto come una grande opportunità di crescita sia per le grandi che per le piccole realtà aziendali italiane. Secondo i dati raccolti dall‘Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano , lo Smart Working, oggi, è una realtà in crescita nel 58% delle grandi imprese. Diversa la situazione che coinvolge le piccole e medie imprese: i progetti strutturati, infatti, sono solo il 12%, ma soprattutto, le aziende che non hanno attivato progetti sono più del 51% e si dichiarano totalmente disinteressate all’implementazione del lavoro agile.

Nell’ultimo anno (i dati dell’Osservatorio fanno riferimento al 2019) il modello di lavoro agile ha coinvolto il 20% in più di lavoratori rispetto al 2018: in tutto 570mila lavoratori. Sono raddoppiati i progetti delle pubbliche amministrazioni (16%), ma con iniziative ancora limitate in termini di persone coinvolte. Poi ci sono i dati di qualità: il 76% degli smart worker è soddisfatto del proprio lavoro, contro il 55% degli altri dipendenti. Uno su tre è pienamente coinvolto nella realtà in cui opera, rispetto al 21% di chi lavora in modalità tradizionale.

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Molte risultano essere le potenzialità e gli effetti positivi di questa metodologia lavorativa che però rischia di non essere colta appieno nel nostro Paese a causa dei diversi ritardi sia in ambito legislativo che di aggiornamento tecnologico (elemento fondamentale per attuare il lavoro “smart”).

A dimostrazione di quanto detto, ecco un breve elenco dei pro e contro dello Smart Working:

  • Impatto sia sui costi aziendali (a partire dalla metratura degli uffici e dalle bollette dell’energia elettrica e riscaldamento) sia sulla produttività: secondo il Politecnico l’incremento di produttività delle aziende italiane, se applicassero un modello di lavoro agile maturo, toccherebbe 13,7 miliardi di euro.
  • La ricaduta ambientale, legata per buona parte al pendolarismo: una giornata di Smart Working alla settimana per ogni lavoratore comporta un risparmio annuale individuale di 135 kg di Co2.
  • Dal punto di vista dei lavoratori, ha effetti positivi sulla conciliazione della vita privata e lavorativa e, nel 32% dei casi, dà più soddisfazione.

Tra le criticità:

  • Da un lato la percezione di isolamento, dall’altro, la presenza delle numerose distrazioni esterne che rischiano di ridurre le performance lavorative dell’impiegato
  • La mancanza di interesse (e resistenza) da parte di alcuni datori di lavoro che ritengono lo Smart Working non applicabile alla propria attività lavorativa
  • Le difficoltà di comunicazione dovute a realtà aziendali poco digitalizzate o tecnologicamente inadeguate
  • Timore, da parte dei datori di lavoro, per la sicurezza dei dati aziendali

Aspetti, questi, che potrebbero essere mitigati anche grazie agli investimenti nell’innovazione tecnologica.

In definitiva, lo Smart Working è uno strumento di Digital Business Transformation che migliora la produttività e la qualità della vita dei collaboratori. Offrire al lavoratore un’esperienza migliore, come già avviene nelle realtà che hanno a cuore la Digital Customer Experience dei propri clienti, è la chiave del successo aziendale. Le problematiche che continuano a sussistere minano, però, gli sviluppi sul breve periodo di queste pratiche ma per continuare, o cominciare a crescere, le aziende non devono avere timore del cambiamento, anzi risulta fondamentale assecondare la trasformazione verso pratiche più efficaci.

By | 2020-03-16T16:51:43+01:00 martedì 10 Marzo 2020|News|Commenti disabilitati su Coronavirus e Smart Working: a che punto è l’Italia?